W Bonatti

Le imprese alpinistiche di Bonatti, e ancor di più la fedeltà alle proprie idee nel realizzarle, ne fanno una figura apicale nella storia dell’alpinismo mondiale del dopoguerra.

Bonatti ha avuto la capacità di ispirare generazioni di alpinisti come pure far sognare semplici lettori; uno scrittore come Dino Buzzati nelle pagine del Corriere raccontò più volte di Bonatti sostenendo che se fosse vissuto ai tempi di Omero le sue imprese sarebbero state raccontate con un grande poema.

La sua più nota ascensione in realtà fu quella della vetta che non raggiunse personalmente: il K2 del 1954.

Alla conquista italiana della vetta diede un contributo risolutivo, negato nel rapporto ufficiale da Compagnoni-Lacedelli che raggiunsero la vetta effettivamente e che anzi con la loro condotta misero a rischio lo hunza Madi e Bonatti stesso, costretti a passare una notte sul ripido degli 8100mt, senza alcuna possibilità di rientro al campo base.

La verità dell’accaduto fu riconosciuta prima in sede giudiziaria ed infine integrata nella relazione ufficiale solo nel 2007 a più 50 anni (!) di distanza dai fatti grazie alla caparbietà e alla resistenza morale dello stesso Bonatti, saldo sul principio di verità finché non lo vide riconosciuto, quando tutto consigliava di lasciar perdere.

Scriverà Bonatti: «A 53 anni dalla conquista del K2 sono state finalmente ripudiate le falsità e le scorrettezze contenute nei punti cruciali della versione ufficiale del capospedizione Ardito Desio. Si è così ristabilita, in tutta la sua totalità, la vera storia dell’accaduto in quell’impresa nei giorni della vittoria».

E ancora nel suo primo libro, “Le mie montagne”:

«Quello che riportai dal K2 fu soprattutto un grosso fardello di esperienze personali negative, direi fin troppo crude per i miei giovani anni».

Al di là del fatto specifico il K2 complessivamente fu una straordinaria impresa logistico organizzativa italiana sotto la direzione di Ardito Desio; un’impresa molto più grande della conquista di un punto geografico: la dimostrazione al mondo delle capacità di eccellenza italiane in ogni campo, capacità di rinascita dalle temperie della guerra e di arrivare dove nessuno aveva mai osato prima.

Un principio generale che è possibile cogliere: l’impresa si rende possibile quando è sostenuta da un sostrato morale resistente e dalla forza di volontà e che dalle sconfitte se giustamente assimilate può nascere il riscatto.

A seguire il K2 seguirono molte altre imprese in solitaria e in cordata comprese alcune costellate da tragedie come il Frenay 1961 (gruppo del Monte Bianco) in cui combinazioni meteo e destino si incastrarono per realizzare la tragedia: delle due cordate iniziali solo Bonatti, Gallieni e Mazaud uscirono vivi mentre la morte falciava in sequenza altri 4 compagni.

Per il suo atteggiamento durante l’odissea del Frenay testimoniato dall’unico sopravvissuto della cordata francese, Pierre Mazaud, la Francia insignì Bonatti della Legion d’Onore, la più alta onorificenza del paese, mentre in Italia su alcuni giornali serpeggiava l’accusa che Bonatti avesse abbandonato i compagni al loro destino.

In un’intervista ebbe a dichiarare:

“Se non fosse stato per Pierre Mazaud, che io considero mio fratello, anziché ricevere i riconoscimenti per la mia carriera, sarei ricordato come l’assassino di 4 compagni”.

Bonatti è pronto a travalicare quei limiti che nessuno aveva nemmeno concepito. Il suo concetto del possibile ha compreso progetti che allora erano ancora inclusi nel campo dell’impossibile. Come sulla Est del Grand Capucin o sul Petit Dru, sul pilastro che, prima di crollare rovinosamente nel 2005, portava il suo nome. Mentre pensa alle imprese alpine, si allena sistematicamente, è ambizioso, perfezionista e come tutti i perfezionisti stenta a considerarsi davvero soddisfatto di un risultato.

Conclusa la stagione delle salite in verticale con la prima invernale solitaria del Cervino del 1965, Bonatti inventò un diverso modo di esplorare: dall’altezza all’estensione viaggiando in zone di tutti i continenti allora selvagge ed inesplorate pubblicando i suoi reportage sul settimanale Epoca.

Ed infine da queste sue esplorazioni in verticale ed in estensione scoprì la ricerca dell’esplorazione del sé, in reportage di natura introspettiva e psicologica come nel pezzo “Magia del monte Bianco”.

“L’alpinismo non è la conquista di un punto geografico ma, invece, una condizione che lo scalatore si pone per conquistare sé stesso attraverso la conquista della montagna”.

Negli ultimi anni della sua esistenza, durante un incontro cui partecipò con Reinhold Messner, e Pierre Mazeaud, Bonatti pronunciò una frase che mutato il soggetto si attaglia e può essere un’indicazione anche per il mondo delle professioni:

 “La virtù di un alpinista è non superare mai i propri limiti, ma al tempo stesso conquistare sempre un gradino in più nella propria esperienza”.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Crea il tuo sito web con WordPress.com
Crea il tuo sito
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: