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L’utopia concreta di Adriano Olivetti

Adriano Olivetti nato ad Ivrea 1901, ingegnere chimico, dopo un’esperienza negli USA entra nella fabbrica paterna di macchine da scrivere nel 1926 come operaio per diventarne direttore solo nel 1932.
Già nell’estate del ’14 a 13 anni il padre lo mandò a lavorare in fabbrica in un reparto di trapani; di quella
esperienza anni dopo, durante un’intervista, disse:
“Ho faticato a lavorare nella fabbrica; ho faticato perché il lavoro di queste macchine non mi attraeva, la
mente vagava e si stancava. Guardavo con ritegno a quel lavoro manuale, avevo una difficoltà a capire
come si potesse stare delle ore alla stessa macchina senza imprigionare lo spirito”
Frequentava e gli piaceva andare in fabbrica di domenica, quando era ferma perché, secondo le sue parole:
“Quando la macchina è ferma i problemi della tecnica spariscono e il problema fondamentale dell’uomo
diventa più chiaro”.
Come si percepisce, una modalità di pensiero non eccentrico tout court ma di quella diversità feconda che
porta innovazione e modi di pensare che tracciano una nuova via, nuovi paradigmi.
Dopo la guerra riprese la direzione dell’azienda e le sue capacità portarono l’Olivetti ad essere la prima
azienda al mondo nel settore di prodotti per ufficio.
A partire dagli anni ’50 gli investimenti economici e culturali voluti da Adriano Olivetti iniziano a dare i risultati: le macchine da scrivere realizzate nella fabbrica ad Ivrea erano eccellenze sia per il design che per la meccanica, permettendo di generare utili elevati. Ivrea diventa così la Silicon Valley italiana: Adriano Olivetti raccoglie intorno a sé scienziati, designer ed ingegneri fra i più inventivi del Paese ed è il primo ad introdurre in Italia una edilizia industriale, più moderna ed anche più bella.
Il senso del bello è un elemento fondamentale nell’opera di Olivetti ma va pure rimarcato che egli non è
soltanto un ideologo e un sognatore ma un uomo concretissimo con vedute realistiche da autentico
business man.
Il suo sforzo era per far sì che il prodotto industriale nato come qualcosa di semplicemente utile, diventasse anche qualcosa di bello.
Bellezza e utilità non sono sempre andate d’accordo, ma questo è appunto lo sforzo della civiltà industriale più illuminata, far sì che bello e utile si congiungano. Il tema della bellezza sia nel campo dell’industria che nel campo dell’architettura, dell’urbanistica è sempre stato al centro delle sue preoccupazioni.
Era convinto che la bellezza fosse un momento essenziale dello spirito e che senza la bellezza, l’esperienza
della bellezza, un uomo non sarebbe stato completo. Ora, anche una macchina da scrivere può essere bella, deve essere bella ed infatti le Olivetti sono oggi conservate nei musei e studiate come esempi di design.
La sua non è una mera ipotesi filosofica, infatti proprio a Ivrea realizza una comunità concreta, dal welfare d’avanguardia, fino al punto da trasformare il lavoro alla catena di montaggio da motore di infelicità a
strumento di riscatto.
Olivetti di Ivrea significò anche muoversi in direzione ostinata e contraria rispetto alle abitudini esasperate del fordismo, significò un’industria dal volto umano e, se è vero che il capitalismo occidentale ha
manifestato molte delle sue contraddizioni, è anche vero che ad Ivrea il desiderio di rimediare agli errori di sempre ha lo stigma di una realizzazione a cui oggi si guarda con nostalgia e rimpianto e si cerca di
rinnovare.Nel 1953 decide di ampliare la produzione, aprendo una filiale nel Sud Italia; qui Adriano Olivetti può creare da zero un’azienda a propria immagine: salari adeguati e assistenza agli operai e alle loro famiglie, ambiente lavorativo salubre, nel quale gli operai possano esprimere al meglio la loro professionalità. Ciò permette allo stabilimento di Pozzuoli di registrare risultati di produzione migliori di quelli di Ivrea.
L’intuizione di Adriano dunque risulta vincente: portare il lavoro dove esiste la manodopera creandone le condizioni e non viceversa sradicare persone dai luoghi di appartenenza. Il lavoro per l’uomo, la fabbrica
per l’uomo.
Il percorso esperienziale fu bruscamente interrotto nel 1960 con la morte improvvisa di Adriano Olivetti.
L’azienda Olivetti ha proseguito fino ai giorni nostri con fasi alterne passando attraverso realizzazioni
pioneristiche come il primo personal computer, il P101 nel 1965; invenzione non pienamente sfruttata nella sua dirompente potenzialità.
Poiché non è vero che se una cosa non è immediatamente efficace non lo è, su questo seminato è germinata una serie di esperienze positive che è arrivata fino ai giorni nostri. Dopotutto non era la sua una
visione solo utopica se è vero come è stato scritto, che “poiché nella storia umana nulla è eterno, tutto
deve ancora accadere”.


“Lavorando ogni giorno tra le pareti della fabbrica e le macchine e i banchi e gli altri uomini per produrre qualcosa che
vediamo correre nelle vie del mondo e ritornare a noi in salari che sono poi pane, vino e casa, partecipiamo ogni giorno
alla vita pulsante della fabbrica, alle sue cose più piccole e alle sue cose più grandi, finiamo per amarla, per affezionarci
e allora essa diventa veramente nostra, il lavoro diventa a poco a poco parte della nostra anima, diventa quindi una immensa forza spirituale”

A. Olivetti

W Bonatti

Le imprese alpinistiche di Bonatti, e ancor di più la fedeltà alle proprie idee nel realizzarle, ne fanno una figura apicale nella storia dell’alpinismo mondiale del dopoguerra.

Bonatti ha avuto la capacità di ispirare generazioni di alpinisti come pure far sognare semplici lettori; uno scrittore come Dino Buzzati nelle pagine del Corriere raccontò più volte di Bonatti sostenendo che se fosse vissuto ai tempi di Omero le sue imprese sarebbero state raccontate con un grande poema.

La sua più nota ascensione in realtà fu quella della vetta che non raggiunse personalmente: il K2 del 1954.

Alla conquista italiana della vetta diede un contributo risolutivo, negato nel rapporto ufficiale da Compagnoni-Lacedelli che raggiunsero la vetta effettivamente e che anzi con la loro condotta misero a rischio lo hunza Madi e Bonatti stesso, costretti a passare una notte sul ripido degli 8100mt, senza alcuna possibilità di rientro al campo base.

La verità dell’accaduto fu riconosciuta prima in sede giudiziaria ed infine integrata nella relazione ufficiale solo nel 2007 a più 50 anni (!) di distanza dai fatti grazie alla caparbietà e alla resistenza morale dello stesso Bonatti, saldo sul principio di verità finché non lo vide riconosciuto, quando tutto consigliava di lasciar perdere.

Scriverà Bonatti: «A 53 anni dalla conquista del K2 sono state finalmente ripudiate le falsità e le scorrettezze contenute nei punti cruciali della versione ufficiale del capospedizione Ardito Desio. Si è così ristabilita, in tutta la sua totalità, la vera storia dell’accaduto in quell’impresa nei giorni della vittoria».

E ancora nel suo primo libro, “Le mie montagne”:

«Quello che riportai dal K2 fu soprattutto un grosso fardello di esperienze personali negative, direi fin troppo crude per i miei giovani anni».

Al di là del fatto specifico il K2 complessivamente fu una straordinaria impresa logistico organizzativa italiana sotto la direzione di Ardito Desio; un’impresa molto più grande della conquista di un punto geografico: la dimostrazione al mondo delle capacità di eccellenza italiane in ogni campo, capacità di rinascita dalle temperie della guerra e di arrivare dove nessuno aveva mai osato prima.

Un principio generale che è possibile cogliere: l’impresa si rende possibile quando è sostenuta da un sostrato morale resistente e dalla forza di volontà e che dalle sconfitte se giustamente assimilate può nascere il riscatto.

A seguire il K2 seguirono molte altre imprese in solitaria e in cordata comprese alcune costellate da tragedie come il Frenay 1961 (gruppo del Monte Bianco) in cui combinazioni meteo e destino si incastrarono per realizzare la tragedia: delle due cordate iniziali solo Bonatti, Gallieni e Mazaud uscirono vivi mentre la morte falciava in sequenza altri 4 compagni.

Per il suo atteggiamento durante l’odissea del Frenay testimoniato dall’unico sopravvissuto della cordata francese, Pierre Mazaud, la Francia insignì Bonatti della Legion d’Onore, la più alta onorificenza del paese, mentre in Italia su alcuni giornali serpeggiava l’accusa che Bonatti avesse abbandonato i compagni al loro destino.

In un’intervista ebbe a dichiarare:

“Se non fosse stato per Pierre Mazaud, che io considero mio fratello, anziché ricevere i riconoscimenti per la mia carriera, sarei ricordato come l’assassino di 4 compagni”.

Bonatti è pronto a travalicare quei limiti che nessuno aveva nemmeno concepito. Il suo concetto del possibile ha compreso progetti che allora erano ancora inclusi nel campo dell’impossibile. Come sulla Est del Grand Capucin o sul Petit Dru, sul pilastro che, prima di crollare rovinosamente nel 2005, portava il suo nome. Mentre pensa alle imprese alpine, si allena sistematicamente, è ambizioso, perfezionista e come tutti i perfezionisti stenta a considerarsi davvero soddisfatto di un risultato.

Conclusa la stagione delle salite in verticale con la prima invernale solitaria del Cervino del 1965, Bonatti inventò un diverso modo di esplorare: dall’altezza all’estensione viaggiando in zone di tutti i continenti allora selvagge ed inesplorate pubblicando i suoi reportage sul settimanale Epoca.

Ed infine da queste sue esplorazioni in verticale ed in estensione scoprì la ricerca dell’esplorazione del sé, in reportage di natura introspettiva e psicologica come nel pezzo “Magia del monte Bianco”.

“L’alpinismo non è la conquista di un punto geografico ma, invece, una condizione che lo scalatore si pone per conquistare sé stesso attraverso la conquista della montagna”.

Negli ultimi anni della sua esistenza, durante un incontro cui partecipò con Reinhold Messner, e Pierre Mazeaud, Bonatti pronunciò una frase che mutato il soggetto si attaglia e può essere un’indicazione anche per il mondo delle professioni:

 “La virtù di un alpinista è non superare mai i propri limiti, ma al tempo stesso conquistare sempre un gradino in più nella propria esperienza”.

Federico Faggin e la nuova scienza della consapevolezza

Federico Faggin è un grande italiano, laureato in fisica all’università di Padova, scienziato e imprenditore, oggi residente negli Stati Uniti a cui si devono delle scoperte fondamentali nel campo scientifico tecnologico; basti considerare che è stato l’inventore dei primi 4 microprocessori Intel e di alcune tecnologie accessorie; fondatore di Zilog e Synaptics, è inventore della tecnologia che ha consentito la produzione di touchpad e touchscreen. Con giustificata enfasi, si può quindi dire che esista un mondo prima e dopo Faggin.

Il 12 Giugno 2019, Federico Faggin ha presentato a Brescia il suo libro “Silicio” nella cornice della Digital Universitas (https://www.digitaluniversitas.com)

È arduo riuscire a tratteggiare in termini appropriati l’uomo, l’imprenditore, lo scienziato e per molti versi l’umanista; vale più seguire frammenti della sua voce nelle righe che seguono, che sono un tentativo di resoconto, una trascrizione libera e sintetica, della conversazione fra Faggin e il suo ospite, Gianfausto Ferrari.

D. Perché il libro Silicio?

L’idea prima è un’indagine sulla natura della consapevolezza, è stato un modo di chiarire, chiarirsi.

La materia è poi cresciuta, per cui è stata generata una versione limitata e divulgativa del libro vero e proprio; il libro contiene storie “radicali” ed un modello della realtà basato sull’idea che la coscienza, la consapevolezza siano fondamentali nella natura della realtà.

La scienza corrente sostiene che la coscienza sia un epifenomeno, un prodotto del cervello che muore quando la persona muore. Una posizione naturalmente non condivisa dalle religioni e scuole spirituali a partire dai Veda, raccolta di antichi testi sacri indiani.

Con mia moglie Elvia, abbiamo tradotto e pubblicato il libro prima in Italia così, se il libro avesse successo, ci sarebbero più possibilità in US in cui tutto si misura sul guadagno; le case editrici di primordine prenderebbero in considerazione la pubblicazione solo in prospettiva di quello che da noi si chiama dollar sign $

D. Qual è la differenza fra coscienza e consapevolezza? Perché un fisico si interessa alla coscienza?

Vorrei prima far capire attraverso ciò che ho fatto ed i risultati della mia carriera lavorativa che parlo con cognizione e da scienziato, non sono insomma “l’ultimo arrivato”. Ho infatti sviluppato i primi 4 microprocessori dell’Intel e i componenti accessori. In quelle che io chiamo le mie 4 vite sono passato da tecnico a ingegnere e imprenditore ed ho anche collaborato allo sviluppo di “computer che imparano da soli”, il sogno dell’intelligenza artificiale usando le reti neurali.

Nonostante il successo, avevo tutto ed avrei potuto vivere il resto della vita senza lavorare, ero scontento. Scontento profondamente; anche la scontentezza è un segno della coscienza. La combinazione di scontentezza e bisogno di capire la natura della coscienza mi ha condotto a questo nuovo campo di studio.

Nei testi di biologia non si parla mai della coscienza, ma soltanto di segnali elettrici e biochimici come se fossero uguali alla coscienza.

Qual è ad esempio la relazione fra il profumo di un rosa e i segnali elettrici? Come funziona la trasformazione, come si passa da segnali fisici a sensazioni e sentimenti? Il profumo è un’esperienza, una sensazione che rende l’informazione portata dai segnali elettrici cosciente.

A seguito di riflessioni e di questo lavoro su di me, è poi venuta spontaneamente un’esperienza di iper-coscienza, che nella letteratura è descritta come esperienza di risveglio. Un’esperienza venuta da una ricerca personale di voler capire, approfondire:

Mi sono visto come il mondo; ero il mondo che osservava il mondo; un punto di vista del mondo che osservava sé stesso.

Il sapore dell’energia di cui è fatto tutto era un amore così potente che usciva dal cuore come una energia e poi è scoppiata ed ha riempito tutta la realtà. Ho capito che questa è l’energia di cui tutto è fatto, materia, spazio, tempo.

Questa esperienza, una visione di un minuto, ha cambiato la prospettiva sulla realtà.

Ma che natura è quella capace di fornire questa esperienza rivelatoria? La coscienza è una proprietà fondamentale privata che può essere traferita soltanto attraverso simboli.

Di fatto noi abbiamo due realtà, una interiore fatta di pensieri, sensazioni, sentimenti e una realtà esterna. Ma anch’essa è una realtà interna, una rappresentazione rielaborata dal cervello attraverso i sensi: una realtà fuori di noi creata da qualcosa dentro di noi.

Noi siamo un campo cosciente che trasforma l’informazione del cervello nella realtà che vediamo.

Noi in realtà esistiamo anche fuori di noi, possiamo proiettare fuori di noi la nostra immagine del mondo trasformata dal cervello.

In inglese esistono tre termini per definire la coscienza, contro i due in italiano:

Consciousness-Awareness per consapevolezzaà la consapevolezza esiste per tutto, più vicina alla coscienza primitiva ad esempio delle forme di vita minime, come una formica; è proprietà di base.

Conscience per coscienza à termine con anche una valenza etica, è una sorta di consapevolezza evoluta.

D. È possibile con le tue teorie arrivare all’equivalente di Albert Einstein che prima immaginò di cavalcare i raggi di luce e poi effettivamente arrivò al modello ?

L’idea fondamentale del modello che sto sviluppando è che la coscienza è fondamentale, non solo prodotta dal cervello, è una proprietà che esiste prima ancora della materia; esiste nel vuoto quantistico da cui è emerso il nostro universo.

La teoria del Bing Bang ci racconta che da un disturbo nel vuoto quantico è emerso qualcosa che si è espanso creando spazio, tempo, materia, energia, che si sono quindi creati insieme. E, di fatto, gli elementi fondamentali si sono creati insieme come facce della stessa medaglia, se cambia uno cambiano gli altri tre, non sono indipendenti.

Il mio modello dice che i campi quantistici di cui tutto è fatto sono anche dei sé coscienti; la fisica classica vede solo l’aspetto esterno di questi sé coscienti, mentre io dico che questi campi dall’inizio hanno la proprietà della coscienza che è una proprietà interiore, interna di questa sostanza di cui tutto è fatto: il nous-sym.

Nous-sym (mente-simbolo), in quanto ha due facce, la faccia interna e semantica in cui questa energia conosce sé stessa e la faccia esterna, l’aspetto informatico che questa energia presenta agli altri “sé” che osservano.

Partendo da questo modello, questo mondo fisico in realtà è un mondo virtuale; il cervello traduce un mondo fisico simbolico, fatto da una gerarchia di “sé” che partono dai campi quantistici, in una esperienza. Questa esperienza include una rappresentazione del mondo fisico.

Un ragionamento questo impossibile prima della realtà del computer, nessuno l’avrebbe capito: è solo grazie ai computer e realtà virtuale che uno può avere un modello per capire cosa sto dicendo.

Facciamo l’esempio di un ragazzo che gioca al computer: la coscienza dell’Avatar viene dal giocatore. Ancora: immaginiamo di indossare dei costumi sensorizzati che ci trasmettano segnali dal mondo virtuale; il giocatore si immedesima con un carattere in modo da non distinguere più virtuale e reale, si realizza una fusione fra persona e carattere; ebbene, il nostro corpo è come questo costume virtuale: siamo così identificati col corpo da pensare di essere solo corpo mentre le emozioni hanno un correlato del corpo ma non vengono dal corpo.

Le emozioni sono prodotte da un’altra realtà in cui viviamo senza saperlo, così come i pensieri ed i sentimenti spirituali mentre il computer classico non è un sé, è solo corpo, non può essere cosciente essendo fatto di simboli astratti.

La fisica della realtà non può spiegare la natura della coscienza per cui bisogna ampliarla per capire cosa è la coscienza; bisogna farlo oggi per riconoscere quello che ci rende umani.

Non si deve credere al racconto che le macchine controlleranno il mondo perché noi siamo molto di più delle macchine; questa umanità che ci distingue va esplorata; in realtà se non porremo attenzione saremo controllati da coloro che fanno queste macchine.

È questa umanità che ci distingue che è arrivato il momento di esplorare scientificamente.

Vorrei arrivare all’unione fra scienza e spiritualità; la vera spiritualità è un esperimento interiore che ci connette con un mondo più vasto dentro di noi. La fisica fa esperimenti dall’esterno all’esterno, quindi l’aspetto sperimentale è comune fra spiritualità e scienza. Ecco perché le due possono essere unite; non si possono unire invece scienza e religioni dogmatiche, perché il dogma rifiuta ogni confronto con l’evidenza. La scienza ha dogmi che si possono cambiare se il dogma viene falsificato dall’esperimento.

È attraverso questa forma di unione che potremo capire la profondità di ciò che ci rende umani, creativi, che ci permette di amare, gioire, soffrire.

I computer sono macchine buie, dentro non c’è niente, noi invece abbiamo luce dentro ed è ora che impariamo a vederla e usarla con saggezza!

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